#72 – Specializzazione o poliedricità?

Con la costante polarizzazione della ricchezza che sta sempre di più estremizzandosi, sembra che non vi siano alternative all’eccellenza o all’irrilevanza.

Gli americani chiamano questo processo “winner take all economy”, che ha tra i suoi più fulgidi esempi tutto ciò che gravita attorno a internet.

Pensate a Facebook, Google o Amazon, solo per citare nomi noti a chiunque: esistono loro, e basta.

Solo per fare un esempio, il 92% delle ricerche su internet si fanno su Google.

Per farne un altro, Apple, che ha un 20% di market share del mercato degli smartphone, incassa però circa l’80% dei profitti.

Come abbiamo già visto, sembra purtroppo che questo genere di processo sia in corso anche tra i lavoratori: le posizioni al top, come ad esempio l’amministratore delegato, sono sempre più pagate, mentre gli impiegati “normali”, una volta classe media, vedono i propri salari sempre più compressi verso il basso.

Non sono purtroppo più casi isolati quelli di chi ha un lavoro ma fatica ad arrivare a fine mese.

Diventa sempre più necessario quindi distinguersi dalla massa, ma come?

La prima soluzione è la super-specializzazione, unita all’eccellenza in una specifica attività.

Si riduce quindi l’area di competenza (ci si specializza), ma si aumenta il livello di competenza.

Normale e iperspecializzato

Pensate ad un calciatore, un consulente SAP che sa lavorare solo su SAP, o un fisico nucleare.

Questo approccio permette di spiccare, e di ottenere di conseguenza uno stipendio migliore, una maggiore stabilità del posto di lavoro, o entrambe le cose.

Sembra essere la strategia che va per la maggiore nella nostra società moderna.

Quello che si tende a sottovalutare è che così facendo ci si espone ad un rischio potenzialmente enorme: se per una qualsiasi ragione la nicchia nella quale ci siamo specializzati scompare, siamo fottuti perché non sappiamo fare altro.

Andate a chiedere al miglior minatore di carbone del pianeta come se la passa di questi tempi…

C’è però una strategia alternativa: anziché sforzarsi per diventare i migliori in assoluto in un singolo campo, si può allargare il campo delle proprie competenze.

Si mantiene quindi una competenza di livello medio, ma in un elevato numero di campi.

Pensate quindi ad un idraulico che sappia anche fare il cuoco, capisca abbastanza di gestione e contabilità da poter fare l’amministratore di condominio e che sia una discreta guida alpina.

Con Poliedrico
scusate i grafici di merda ma non sono molto portato

Questa tipologia di persona (chiamiamola “poliedrica”) non raggiungerà mai il livello di stipendio della persona iper-specializzata, ma non avrà mai problemi a trovare un lavoro.

Si sacrifica quindi del potenziale guadagno, in cambio della maggiore certezza (resilienza) dello stesso.

Questo approccio non è molto comune, perché nella nostra società del consumo la priorità numero 1 è guadagnare di più.

Gli extra soldi servono ovviamente per comprare telefoni ed automobili costose ed inutili,per soddisfare il nostro ego o migliorare la percezione che gli altri hanno di noi.

Come abbiamo già visto però, se si evita di spendere soldi in minchiate, un lavoro normale in una democrazia moderna è più che sufficiente a coprire tutte le necessità, lasciando anche ampio spazio per del risparmio.

Non ha quindi molto senso mettere a repentaglio la sicurezza e la serenità solo per guadagnare qualche spiccio in più.

Chiaramente, divenire una specie di tuttofare che sappia fare molti lavori abbastanza bene è poco realistico, ma non significa che dobbiamo rassegnarci a chiuderci in una nicchia.

Un buon compromesso che personalmente ho trovato è quello di avere un lavoro principale, come tutti, ma di sviluppare una serie di abilità aggiuntive secondarie, che in condizioni di emergenza potrebbero generare un reddito.

E’ più o meno accettato il fatto che ci vogliano circa 1000 ore di applicazione/studio/esercizio per diventare competenti in un campo (10,000 per diventare “esperti”, da uno studio americano). Per “competente”, intendo “sufficientemente bravo/a da poter domandare di essere pagati un minimo per farlo”.

Chiaramente si tratta di una soglia arbitraria e dipende molto da attività ad attività, ma a titolo di esempio, in 5 anni di liceo scientifico ci sono circa 800 ore di lezione di matematica.

In media, gli italiani passano una quantità oscena ed immorale di ore davanti alla televisione (più di 4), quindi trovare del tempo per diventare mediamente competenti in altro che la propria professione è certamente possibile.

Alcune cose che ho cercato di imparare:

Cucinare: Di sguatteri in cucina c’è sempre bisogno un po’ ovunque nel mondo.
Saper cucinare bene ha anche un impatto immediato sulle vostre spese, perché vi porterà a mangiare più spesso in casa invece che fuori.

Imbiancare: imbiancare casa è facilissimo, iniziai a farlo a 16 anni e da quel momento mi sono sempre chiesto per quale motivo la gente dovesse pagare altri per farlo.

Fare Sub: per il momento sono al più alto dei livelli amatoriali, il prossimo passo sarà prendere la prima certificazione che permetta anche di farlo per lavoro.
Per me è stato un ottimo modo di imparare un mestiere facendo qualcosa che mi piace.

Questi sopra sono alcuni esempi, ma conosco un sacco di gente che ha imparato per gioco o diletto a programmare, a fare editing di testi, a creare percorsi di ciclocross, e ne ha poi fatto un lavoro.

Avere un potenziale “piano B” è un modo di crearsi un secondo cuscinetto per le emergenze oltre a quello in denaro, che è sempre bene avere: spegnete l’isola dei famosi ed imparate a fare la pizza, potrebbe esservi utile un domani 🙂

Buon risparmio

 

 

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15 thoughts on “#72 – Specializzazione o poliedricità?

  1. Complimenti davvero per il tuo articolo, mi è piaciuto molto perchè parla di una problematica che potrei avere in futuro. Sono artigiano pasticcere e sicuramente ho una posizione privilegiata in quanto ho un mio negozio che lavora bene e non ho debiti. Il tarlo però del “e se il futuro non fosse cosí roseo” rimane sempre presente. Da anni quindi cerco di specializzarmi in altri mestieri alternativi che mi son sempre piaciuti (pizzeria, panificazione) perchè come dici tu tra 20 anni potrei essere il prossimo minatore e nel caso non fosse cosí, saprò fare comunque cose utili.
    Spero di leggere altri articoli che spaziano in argomenti diversi come questo. Sarebbe interessante anche analizzare quanto può essere più profittevole in questi anni imparare un mestiere artigianale rispetto a ciò che si può ottenere con un percorso di laurea. Ad esempio da me un apprendista (di solito sui 18 anni non avendo speso quasi niente per formarsi) dopo 2 anni arriva a guadagnare con qualche ora di straordinario quasi 1500€, esclusi tfr e tredicesima. Penso che anche contando il rischio (nell’alimentazione credo ridotto) di essere sostituiti da un robot, sia conunque un percorso da prendere in considerazione.
    Chiedo scusa per il lunghissimo messaggio ma spero di averti dato qualche nuovo punto di vista! Ciao e grazie!

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  2. Ciao Andrea, come sempre complimenti per il blog.
    Esco relativamente dal seminato, ma parlando di lavoro da dipendente mi chiedevo se ti fossi già fatto un’idea sulle opzioni disponibili in alternativa a lasciare il TFR in azienda? Grazie in anticipo!

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    1. Ciao Vania, io dopo attente valutazioni ho deciso di lasciare il TFR in azienda. Dipende comunque da molti fattori e, come spesso succede in ambito finanziario, la scelta giusta per una persona può non esserlo per un’altra. Ti suggerirei di informarti indipendentemente e trarre le TUE conclusioni.

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  3. Ciao Vania, potrei scrivere alcune mie personalissime valutazioni (magari errate), ma si andrebbe off topic su un blog in cui siamo ospiti e quindi procedo solo se Andrea mi autorizza 🙂

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  4. Queste, in estrema sintesi, le personali valutazioni che mi hanno portato a decidere di lasciare il TFR in azienda.

    1) Il primo punto che mi ha spinto in questa direzione è la possibilità, in caso di dimissioni, di ricevere subito il TRF, cosa che ritengo particolarmente importante nel caso in cui dovessi decidere di aprire una nuova attività che necessita di un investimento iniziale.

    2) In secondo luogo, il fondo di categoria lo ritengo più conveniente rispetto al TFR se l’Azienda Italia va mediamente bene, ma io non sono molto ottimista in tal senso sul lungo periodo.

    3) Ho letto alcune opinioni che ho trovato piuttosto convincenti a favore del TFR. In particolare gli articoli di Beppe Scienza (che ha scritto anche un libro a riguardo). Questo un link per chi volesse approfondire: https://www.ilrisparmiotradito.it/node/news&ig=4

    4) La mia attuale età (47) riduce in modo significativo la validità di scegliere un fondo pensione rispetto al TFR.

    5) Ho sempre la speranza di riuscire a “ritirarmi” qualche anno prima della pensione. In quel caso avere subito il TFR mi farebbe sicuramente comodo.

    C’è poi una considerazione “a pelle”: quando una scelta (come è quella del fondo pensione) diventa a senso unico e viene di fatto impedito di tornare sui propri passi non mi sembra più una vera scelta e ho sempre il dubbio che ci sia qualcosa sotto. Perché se ho il TFR in azienda posso in qualsiasi momento passare al fondo pensione, ma non viceversa?…

    Come detto, si tratta di considerazioni personali, forse errate, o forse giuste per me ma non per altri.
    Ho comunque cercato di farmi la mia opinione in modo ragionato, se sbaglio almeno avrò sbagliato con la mia testa.

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