#49 – Cosa ne penso dei PIR.

Da quest’anno 2017, il nostro paese ha finalmente deciso di entrare ad ampie falcate negli anni novanta, dando la possibilità agli italiani di investire in uno strumento con vantaggi fiscali, detto PIR (Piano Individuale di Risparmio).

Di cosa si tratta?

L’obiettivo del PIR è di incentivare i piccoli risparmiatori all’investimento in azioni / obbligazioni, tramite sgravi fiscali.

È quindi riservato alle persone fisiche, ed ha dei limiti ben precisi; nello specifico, si possono investire fino ad un massimo di 30.000€ all’anno, fino ad un totale massimo di 150.000€.

Il vantaggio fiscale sta nel fatto che gli investimenti presenti nel PIR non pagano tasse sui dividendi (o sulle cedole, se si tratta di obbligazioni) e sul capital gain, che in Italia sono al 26% (ad eccezione dei titoli di stato).

In cambio, il risparmiatore deve mantenere gli investimenti un minimo di cinque anni.

Perché concettualmente il PIR è un’ottima idea.

Questa tipologia di conto è un’ottima idea perché incentiva il privato, solitamente molto restio ad investire, ad evitare di tenere i propri soldi sotto il materasso.

È altresì positivo il fatto che, ponendo delle limitazioni alla possibilità di liquidare, disincentivi la speculazione, che spesso porta gli investitori a pessimi risultati.

Non ultimo, aiuta le persone, che sicuramente in futuro non potranno contare su una pensione simile a quella di chi ha oggi 70 anni, a crearsi un cuscinetto.

Piani concettualmente simili esistono da decenni in Francia, USA, UK e altre nazioni, ed hanno avuto un discreto successo.

Gioiamo quindi? Finalmente anche in Italia, con decenni di ritardo (in Francia l’equivalente esiste dal 1992, in America dal 1978, solo per fare due esempi), possiamo legalmente mettere da parte qualche soldo evitando una tassazione tra le più opprimenti al mondo?

Ah Ah Ah, ci avevate mica sperato vero?

Perché in pratica invece è una merda.

Delle particolarità tutte italiane del PIR lo rendono, a mio avviso, una cosa da evitare.

Non mi riferisco tanto al fatto che, ad oggi, si possa investire nel PIR praticamente solo utilizzando fondi proposti dalle banche, i cui costi di gestione/latrocinio azzerano (se va bene) il vantaggio fiscale.

Quello sarebbe un problema risolvibile: prima o poi un operatore che proponga un conto titoli PIR dove si può comprare ciò che si vuole arriverà di certo. Potrebbe anche già esistere, per quel che ne so.

Il vero problema è invece, purtroppo, strutturale.

La potentissima lobby governativa dell’ufficio complicazioni affari semplici è infatti prontamente intervenuta, inserendo nel PIR un inutile e bizantino sistema di obblighi che ne neutralizzano (secondo me) l’appeal.

Oltre ai limiti già esposti di 30.000€ l’anno di investimento, un tetto massimo totale di 150.000€ e l’obbligo a non liquidare entro cinque anni almeno (obblighi sensati che esistono in forme simili anche altrove), è imposto infatti anche che:

  • Almeno il 70% del totale investito nel PIR vada in strumenti finanziari di aziende Italiane o Europee, solo se con stabile organizzazione in Italia.
  • Almeno il 30% di questo 70% (quindi il 21% del totale) deve andare in strumenti finanziari di aziende Italiane di piccole e medie dimensioni.
  • Un singolo investimento non può pesare più del 10% del totale.

Questo genere di limitazioni su “in cosa” si debba investire non ci sono in nessun piano simile negli altri paesi, e la loro introduzione mi sembra molto dannosa.

Bisognerebbe anzitutto sempre cercare di evitare le complicazioni in quanto tali, ma in Italia i legislatori sembrano non esserne proprio capaci.

La terza limitazione (penso) sia stata introdotta con l’intento di proteggere gli investitori da una eccessiva concentrazione.

Il piccolissimo problema è che questo impedirebbe di investire l’11% in un ETF indice (quei simpatici strumenti che permettono, acquistando un solo prodotto, di diversificare tra 500 e più azioni), ma non impedirebbe di investire il 30% in obbligazioni subordinate di banche in fallimento o quasi.

La logica (?) delle prime due limitazioni invece (la seconda in particolare) è che si vorrebbe, tramite il PIR, supportare le piccole e medie imprese italiane.

Non credo dovrebbero essere i piccoli risparmiatori privati a fornire capitali alle piccole e medie imprese, ma semmai gli investitori istituzionali, molto più attrezzati del signor Rossi/Bianchi/Verdi ad allocare i capitali in modo intelligente.

I risparmiatori sono spesso (trad: quasi sempre) a malapena capaci di informarsi e di capire le prospettive dei titoli di aziende più grandi, figuriamoci come una persona normale possa capire se la Pizza&Fichi SpA sia un buon investimento o meno.

Se il PIR diventasse (e per alcuni lo sarà) l’unico veicolo tramite il quale si investe, si avrebbero altre due conseguenze negative:

  1. Una Asset Allocation completamente insensata, con il 21% del capitale investito in Small e Mid Cap (di norma molto più volatili della media del mercato).
    Con Asset Allocation si intende, in sostanza, la maniera in cui ripartiamo il nostro capitale tra le varie tipologie di investimento.
    Avere il 21% in Small e Mid Cap è secondo me decisamente troppo per il profilo dell’investitore medio.
  2. Un Home Bias che considero ben oltre i limiti dell’irresponsabile.
    Per Home Bias si intende la tendenza degli investitori a privilegiare investimenti in asset locali (nel nostro caso italiani), mettendoci più soldi di quelli che si dovrebbe.
    L’Italia pesa poco meno dell’1% della capitalizzazione mondiale di borsa: io non sono certo un talebano della diversificazione assoluta, ma certamente non mi sembrerebbe responsabile, nel 2017, avere (per fare un esempio) il 50% dei miei investimenti in azioni o obbligazioni italiane.

In definitiva, penso che, ad oggi, gli inconvenienti dell’investire in un PIR superino di gran lunga i benefici.

Statene alla larga.

Buon risparmio.

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18 thoughts on “#49 – Cosa ne penso dei PIR.

  1. Ciao Andrea,
    Poi mi informo meglio, ma uno se volesse investire in “PIR” deve aprire un conto apposta? Effettivamente ci pensavo l’altro giorno… s’avesse un bel ISA come hanno in UK o in USA, sicuramente lo massimizzerei tutti gli anni…
    ciao ciao
    Stal

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  2. Madonna, stavo per fare i salti di gioia quando ho visto “Piano Individuale di Risparmio” facendomi pensare a una versione italiana delle ormai famose (e ubique nei blog di risparmio d’oltreoceano) IRA americane e poi mi siluri così con il fatto che puoi investire praticamente solo in aziende italiane, di cui buona parte piccole/medie, cosa che non farei manco se mi costringessero con la pistola puntata alla tempia.

    Leggere il tuo blog è una montagna russa emozionale

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  3. In realtà è consentito investire anche unicamente nell’ETF pir (di sicuro é pir compliant quello di Lyxor e anche iShares si è adeguato), in quanto di per sé assicura già la corretta diversificazione. Al momento solo Directa e Invest Banca hanno il deposito per i pir, e si fanno pagare bene. Nelle altre banche puoi solo sottoscrivere i fondi pir della casa (generalmente abbastanza cari in termini di costi di gestione e di ingresso).
    Detto questo sono decisamente d’accordo con te nel non condividere la scelta del governo di limitare l’universo investibile a azioni e obbligazioni italiane. Il focus del provvedimento doveva essere la sensibilizzazione al risparmio, non il finanziamento alle imprese.
    Per ultimo, vorrei anche evidenziare che in questi primi mesi i titoli italiani mid e small cap hanno avuto quasi tutti fortissimi rialzi. Il rischio è che si crei una bolla? Tanto per fare alcuni esempi, guardatevi i grafici di Astm, Piquadro, Sabaf, Cembre…
    Oppure l’etf http://www.borsaitaliana.it/borsa/etf/scheda/FR0011758085.html?lang=it

    Liked by 2 people

    1. Era logico che le small e mid cap esplodessero: sono aziende con capitalizzazioni piccole per definizione, l’influsso “forzato” di denaro di chi è stato convinto a metterci i soldi perché “non si Pagano le tasse” ha ovviamente fatto salire le quotazioni a bomba.
      Ragione in più per evitarli

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      1. No dai il rally Italiano ci sta, tutto sommato, non penso che sia per questi PIR che le mid/small sono salite molto. Non griderei alla bolla (ancora) i fondamentali mondiali (non Italiani) non sono cosi terribili, certo se il nano koreano sgancia la bombetta ne riparliamo, perchè ora come ora io vedo una possibile crisi solo su eventi catastrofici mondiali (speriamo di no). Questo fino a Dicembre quando Draghi stacca il QE, a quel punto si ride, per modo di dire (prime vittime i bond)….

        Tornando al PIR, un’occasione sprecata veramente, mi fa venire voglia di emigrare di nuovo…. 😦

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  4. La bolla la intendo circoscritta alle mid/small italiane. Un loro storno del 10/20% lo riterrei salutare.
    Sul PIR non sarei del tutto demonizzante, anche se, come già detto, poteva essere concepito meglio dal legislatore. Una piccola quota del portafoglio, con entrate a PAC, potrebbe anche essere riservata al PIR. Sempre se i costi sono accettabili.
    L’alternativa più semplice è invece il buon vecchio ETF (Europa? Mondo?). L’importante è accumulare quote, nel lungo termine paga sempre!
    Piuttosto, vorrei chiedere qual è la vostra strategia attuale: accumulare su Europa, mondo, Usa (per sfruttare un dollare debole) o magari rimanere liquidi in attesa di uno storno? Sono abbastanza indeciso e (è un limite sul quale cerco di lavorare) faccio fatica a stare liquido.
    Grazie e buona giornata a tutti.

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    1. Io seguo alcune regole base:
      1- non vendere mai o quasi mai ciò che si è comprato
      2- tenere i soldi sotto il materasso serve a poco, non so cosa voglia dire precisamente il tuo “stare liquidi”, ma certamente non terrei 100% cash.
      3- è importante evitare le grosse stupidaggini, più che cercare l’investimento perfetto.
      4- la strategia di investimento giusta per te è quella che credi che riuscirai a mantenere invariata in periodi di grossa crisi, che inevitabilmente arriveranno.
      Ciò detto, io personalmente ad oggi ho una liquidità leggermente superiore alla mia norma, e se avessi dei soldi che non so dove mettere li metterei ancora in Europa.
      Il dollaro non lo definirei “debole”, vero che è rimasto un anno attorno all’1.10, ma da quando esiste l’euro la quotazione media oscillava tra 1.20 ed 1.40

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    2. In parte condivido, ipotizzando un pac di 25 anni su pir teoricamente la borsa dovrebbe essere cresciuta e tu non pagherai le tasse sugli utili… bisogna però vedere il costo dello strumento, se va a devastare o meno la strategia.

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