#48 – Adattarsi all’evoluzione della società.

Qualche tempo fa sono stato per lavoro, per la seconda volta in vita mia, a Dubai.

Gli emirati sono un posto che personalmente detesto, per vari motivi.

Per cominciare dalle cose banali, per il clima, non adatto alla sopravvivenza della razza umana, e per il fatto che non c’è quasi niente di stimolante da fare.

La città, di base, è fatta di autostrade e centri commerciali più o meno di lusso; c’è un materialismo sfrenato, ed in generale si tratta di un posto cafonissimo dove tutto ruota attorno a denaro ed apparenza.

Se avete un minimo seguito questo blog capirete facilmente perché per me, venirci sia una punizione.

La cosa più impressionante dal punto di vista antropologico, che ha ispirato questo post, è la struttura della società stessa.

A Dubai esistono fondamentalmente tre tipi di persone:

I locali.

I locali sono i discendenti degli abitanti originali della zona, tribù nomadi o seminomadi, e vivono in uno stato di opulenza economica quasi imbarazzante, a causa di una serie di sussidi più o meno diretti che ricevono dallo stato.

A titolo di esempio, ricevono un forte contributo per aiutarli a comprare la prima casa una volta che diventano adulti, e ricevono sconti speciali su tutti gli acquisti alimentari e non che effettuano in certi negozi.

Il più grosso vantaggio che hanno è però lavorativo: da un lato, sono gli unici ad avere accesso a ruoli pubblici, che hanno sempre salari assurdamente alti rispetto al lavoro effettivamente svolto.

Dall’altro, ogni società straniera che vuole installarsi a Dubai (e ce ne sono moltissime, Dubai è l’hub principale per tutto il medio oriente) sono più o meno formalmente obbligate ad avere una certa percentuale di locali nella loro forza lavoro.

È prassi che questi abbiano stipendi faraonici e ruoli roboanti (anche in più aziende contemporaneamente), ma che di fatto non si presentino mai o quasi a lavoro.

Sintetizzando, è comune che i locali siano milionari e non facciano un cazzo.

Questa situazione è stata finora sostenibile perché sono una percentuale minima della popolazione residente.

Gli Expat.

Gli expat sono la seconda categoria più fortunata degli Emirati.

Sono principalmente europei, americani ed in minor parte asiatici, e sono di fatto quelli che mandano avanti la baracca (pensate a quadri, dirigenti ed impiegati di alto livello).

Hanno mediamente stipendi pari o un filo inferiori a quelli dei locali, con la differenza che però loro devono lavorare, e che quindi riescono a fare un lavoro solo alla volta.

Vivono comqunque una vita di grande benessere economico (contate che a Dubai non ci sono tasse), spesso in cambio di grosse difficoltà a mantenere una vita privata equilibrata a causa del nulla che c’è da fare, oltre allo shopping ed i rapporti extraconiugali.

Gli expat sono più numerosi dei locali, ma meno numerosi del terzo gruppo.

Gli sfigati.

Gli sfigati sono la parte numericamente preponderante della popolazione di Dubai.

Provengono generalmente dal sudest asiatico o dall’India, e lavorano principalmente nei servizi (cantieri, ristorazione, pulizie, autisti, impiegati di basso livello, operai, magazzinieri).

Il loro salario è quantificabile come “irrilevante”: parliamo di 400-700 euro al mese in una città dove un monolocale in affitto costa 1500€ al mese ed una Guinness 12€.

Vivono in gran parte ammassati in cinque-dieci per stanza in casermoni fuori città, in condizioni da quasi da terzo mondo (ma con l’aria condizionata almeno), separati dalle loro famiglie, che solitamente rimangono nel paese di origine.

Sono di fatto quasi degli schiavi moderni.

Cosa porta questa gente a sopportare queste condizioni di vita?
Semplicemente il fatto che, risparmiando come iene, riescono a mandare alla famiglia una quantità di soldi che da loro equivale ad una piccola fortuna.

Ok ma che c’entra con questo blog?

Nel mondo, se guardiamo al totale, la globalizzazione ha portato mediamente sempre più benessere e prosperità.

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A livello locale però, la disuguaglianza tra le classi sociali continua ad aumentare, e l’implacabile efficienza portata dalla sempre più presente automazione creerà sempre più persone senza un futuro radioso davanti.

Praticamente tutti gli studi mostrano come sia in atto nelle società occidentali una sempre maggiore polarizzazione: gli esponenti della classe media vedono i loro salari stagnare (la maggior parte) o verso la ricchezza (una percentuale più piccola).

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Queste sono un po’ vecchie ma il trend è chiaro.

Spero fortemente di sbagliarmi, ma temo che Dubai potrebbe essere un buon esempio di come la nostra società evolverà in futuro: pochi che stanno (molto) bene e molti che tirano a campare.

Per quanto triste questo trend possa essere, penso sia bene provare a entrare nel gruppo dei fortunati.

Cercando quindi di essere pragmatici, oggi più che nel passato recente è vitale utilizzare più soldi possibile per acquistare cose che un domani produrranno reddito, come ad esempio:

  • Azioni, che danno dividendi.

Indipendentemente dalla valutazione (cioè il prezzo), l’azionario genera dividendi.
Ricordate che possedere azioni vi rende, di fatto, proprietari di un pezzo di azienda: i dividendi sono la porzione di utili che l’azienda decide di distribuire sotto forma di soldi ai suoi proprietari.

  • Case da mettere in affitto.

Non sono personalmente un grande fan del possedere molte case, ma spendere i propri soldi per comprare un piccolo appartamento da mettere a reddito è meglio che tenerli sotto il materasso, o peggio spenderli in cazzate inutili tipo automobili nuove o televisori giganti.

  • Formazione/training per imparare nuovi lavori o migliorare i propri salari.

Imparare bene una lingua, imparare ad utilizzare un software arcano, imparare a fare l’elettricista, imparare lavorare in una cucina di un ristorante, prendere la certificazione di Dive Master per poter lavorare coi sub…

Trovare insomma modi per essere più “unici” (e quindi si spera anche essere pagati di più), acquisire competenze che permettano di fare lavoretti extra, evitare di pagare quando di queste competenze abbiamo bisogno, o di cambiare lavoro se ci si trovasse col culo per terra.

La sempre più “stretta” specializzazione del lavoro aiuta moltissimo le aziende, ma è pericolosissima per il lavoratore: l’operaio che avvitava bulloni e sapeva fare solo quello è stato reso inutile da un giorno con l’altro dall’automazione, chi lavorava nelle miniere americane di carbone e sapeva fare solo quello è senza lavoro da quando il petrolio è stabilmente trai $40 ed i $50, eccetera.

Avere altre competenze che possono generare reddito aumenta la sicurezza finanziaria.

In definitiva, credo che se si è lavoratori dipendenti bisogni assolutamente cercare di possedere asset produttivi, o competenze ampie, per proteggersi quanto più possibile dalla degradazione dei salari reali.

Risparmiare e non buttare i propri soldi in stupidaggini, cose inutili o vizi che non possiamo permetterci non è mai stato così importante negli ultimi 50 anni.

 

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8 thoughts on “#48 – Adattarsi all’evoluzione della società.

  1. Ciao Andrea,
    Dubai è la brutta copia dell’Asia degli ultimi 20 anni, penso che ci siano moltissime similitudini perchè di fatto non ci sono i tanto famigerati diritti umani che invece in Europa abbiamo grazie allo sviluppo industriale partito nel 1800 (perchè anche da noi era cosi all’inizio). Sicuramente la diseguaglianza sociale entrerà maggiormente nelle nostre vite, gia adesso se ci pensi una coppia di giovani in Italia non puo permettersi mutui se non ha lavoro, quando ero bambino io bastava il reddito di una persona per avere i soldi in prestito.

    Come dici tu, focalizzandosi sul necessario e limitando il superfluo si può vivere molto bene e senza farsi mancare nulla, questo forse è il “nuovo concetto” che sta emergendo adesso, dopo anni di consumismo smodato. Bell’articolo!

    Ciao ciao
    Stal

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    1. Ciao Stal
      Concordo sulla conclusione: rimango convinto che focalizzandosi su ciò che realmente sono i nostri bisogni (e non vizi), in una democrazia occidentale si viva bene anche oggi.
      Il trend però è poco incoraggiante, perciò secondo me vale sempre la pena scambiare una TV OLED per 100 azioni Royal Dutch 🙂

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  2. Stal, io ancora non vedo un cambiamento di trend. I consumi sono ancora orientati sul superfluo. Questa è una mia opinione, spero di sbagliarmi. L’obiettivo di risparmiare (e poi investire) il 10/20% del proprio reddito sarebbe alla portata di molti, ma in pochi lo fanno perché non vogliono rinunciare all’ultimo Iphone (che magari usano solo per FB e whatsapp) o alla cena al Roadhouse tutti i venerdì sera (20€ bistecca e birra, ma dai!).

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    1. Si sono d’accordo con te. Non ce la volontà di base da una parte, e dall’altra ci sono spinte al consumo molto forti, e non tutti sono equipaggiati per rendersene conto (e poi spendono spendono spendono…). Io contrasto sopratutto la visione molto “a breve” che sembra abbia la maggior parte delle persone, ma quando ci parlo non riesco ad andare da nessuna parte. Io però preferisco essere formica che cicala… 🙂

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