#25 – un dizionario Finanziese-Italiano

L’essere umano è abbastanza prevedibile.

Per questioni di sopravvivenza, abbiamo tutti interesse a far sembrare il nostro mestiere molto più complesso di quanto in realtà sia: più gli altri pensano che stiamo mandando missili sulla luna, più siamo indispensabili e più possiamo farci pagare per i nostri servizi.

Una delle strategie più diffuse per far sembrare incomprensibile un lavoro è l’utilizzo spropositato di termini tecnici, acronimi e parole in lingue straniere.

Nel mondo finanziario, questa consuetudine si manifesta in maniera lampante nel campo dei prodotti finanziari (fondi) che i vostri consulenti di banca cercano di vendervi per incassare grasse commissioni.

Dell’importanza dei costi parleremo approfonditamente in futuro, ma è chiaro che se voi non ci capite un cazzo, il consulente può propinarvi più o meno qualsiasi cosa.

Oggi quindi andrò a redigere un breve manabile Finanziario-Italiano per aiutarvi nella impari battaglia con i malvagi promotori finanziari.

 

Le Basi

I fondi di investimento possono investire in molte cose, ma la stragrande maggioranza investe in:

  • Azioni.
  • Obbligazioni/Titoli di Stato.
  • Altri fondi (che a loro volta investono in azioni, obbligazioni o un mix).

Solitamente, per questioni a me oscure, si definisce “Aggressivo” un fondo che investe principalmente o esclusivamente in azioni, “Conservativo” un fondo che investe prevalentemente o esclusivamente in Obbligazioni/Titoli di Stato, e “Bilanciato” un fondo che investe un po’ ed un po’.

Per semplificare, in generale:

  • Le azioni hanno più volatilità ma rendimenti nel lungo termine più alti.
  • Le obbligazioni ed i titoli di stato hanno meno volatilità ma rendimenti nel lungo termine più bassi.

A titolo di esempio, linea blu nel grafico sotto è VTSAX, un fondo indicizzato Vanguard che copre tutto il mercato azionario USA, mentre la linea arancione è VBTLX, un fondo sempre Vanguard che copre l’obbligazionario USA.

vtsax-vs-vbtlx
Fonte: Morningstar

Suggerimento pratico: se volete un fondo bilanciato, può essere più conveniente in termini di costi comprare nelle proporzioni desiderate un fondo 100% azionario ed un fondo 100% obbligazionario.

Nota: ad oggi i titoli di stato europei hanno spesso rendimenti negativi (per periodi di tempo brevi) o insignificanti (10 anni o più), ed è la ragione per cui non ne parlo mai. Come la gente oggi possa comprare titoli a rendimenti negativi, o i cui rendimenti verrebbero azzerati in caso di un ritorno dellinflazione mi sfugge, ma tant’è.

In ogni caso, non avendo mai in vita mia posseduto una sola obbligazione e non conoscendole sufficientemente bene, mi focalizzerò sulla parte azionaria.

 

Le Categorizzazioni

I fondi/indici azionari si dividono generalmente per geografia, per tipo di azienda, e per dimensione di azienda.

La geografia è abbastanza intuitiva, con definizioni quali “Euro Zone”, “Europe” (che include anche paesi europei con moneta diversa dall’euro), “Emerging” (Cina, Russia, Brasile, India, etc), “USA”, eccetera.

Per tipo di azienda, le classificazioni più frequenti sono “Value”, “Growth”, “Blend” e “High Dividend”.

Value indica solitamente un focus su aziende con un business consolidato (pensate a Coca Cola), scelte in quanto al momento appaiono convenienti sulla base di vari fattori quantitativi.

Growth indica un focus su aziende con forti prospetti di crescita (pensate Netflix).

Blend significa che c’è un po’ di aziende di tipo Value ed un po’ di aziende di tipo Growth.

High Dividend invece indica un focus su aziende che pagano alti dividendi, che di solito sono aziende molto consolidate con relativamente poche possibilità di crescere (ad esempio grandi petrolifere, utilities…).

Le classificazioni per dimensione invece sono Small Cap, Mid Cap e Large Cap, e si riferiscono unicamente alla dimensione della capitalizzazione di Borsa (ossia la somma del valore di tutte le azioni della determinata azienda).

 

Ad accumulazione o con distribuzione?

Un fondo che investe in azioni o obbligazioni riceve, dai suoi investimenti, delle retribuzioni, sotto forma di cedole o dividendi.

Un fondo che distribuisce spesso nel nome ha “distr” o nulla, e ciclicamente trasferisce agli investitori la somma di tutti i dividendi raccolti.

distributing
i dividendi vengono raccoli e trasferiti al proprietario

Un fondo ad accumulazione ha quasi sempre la dicitura “acc” nel nome, e, dopo aver raccolto i dividendi, li reinveste automaticamente nel fondo stesso.

 

accumulating
qui invece i soldi restano nel fondo, aumentandone il valore
Non ho studiato l’impatto fiscale per capire precisamente quale delle due opzioni sia meglio, ma il sospetto è che sia abbastanza irrilevante: tra due fondi uguali, uno “acc” e l’altro “distr”, scegliete quello coi costi di gestione minori.

 

I fondi “hedged”.

In condizioni normali, se compro 10 azioni di un fondo che investe in azioni USA a $100 ed il valore dell’Euro si dimezza, per un investitore europeo il valore dell’investimento raddoppia anche se il fondo mantiene una valutazione di $100.

I fondi hedged sono quelli che, tramite operazioni finanziarie fatte dai gestori, proteggono contro il rischio di cambio. Se quindi avessi comprato le 10 azioni della versione “hedged” del fondo sopra, il dimezzamento del valore dell’euro non avrebbe avuto effetto sulla valutazione dello stesso.

Ad alcuni questi fondi piacciono, a me personalmente no, principalmente perché questo servizio costa, e perché nel lungo periodo (con buona diversificazione tra i paesi) l’impatto dei tassi di cambio tende ad annullarsi.

 

Il TER e le commissioni di entrata.

TER sta per Total Expense Ratio, e sono i costi di gestione annuali, sempre espressi in percentuale.

Idealmente devono essere il più bassi possibile, e mai in nessun caso sopra lo 0,7% annuo. Il più costoso che ho io, a titolo di esempio, ha un TER dello 0,25%.

Le commissioni di entrata sono quelle che pagate quando investite in un fondo, un furto legalizzato che può arrivare in alcuni casi anche al 4-5% della somma investita.

Non dovete pagarle mai per nessun motivo, perché 1) spesso sono negoziabili a differenza del TER e 2) perché nel 2017 ci sono talmente tante opzioni senza costi di entrata che non vedo perché si debba pagarli.

 

Gli indicatori P/E e P/B.

Nelle schede riassuntive dei dati riguardanti una azione (o un fondo azionario), compaiono spesso due indicatori, il P/E ed il P/B.

P/E significa Price to Earnings, ed è semplicemente il risultato del calcolo:

  • Prezzo attuale dell’Azione o Fondo / Utili dell’azienda o dell’insieme delle aziende del fondo.

Se, ad esempio, l’azione di Microsoft è oggi quotata a $55 e gli utili per azione sono pari a $5, il rapporto P/E sarà pari a

  • P/E = 55 / 5  = 11

“Che senso ha?”, vi starete chiedendo.
Il punto di questo rapporto è di capire quanto state pagando per unità di profitto attuale.

Se volete qualcosa di più tangibile, il P/E è pari al numero di anni che ci vorrebbero per ripagare l’investimento integralmente, se gli utili rimanessero costanti e se tutti gli utili vi venissero redistribuiti.

Immaginate di essere un imprenditore che vuole acquistare una salumeria. Detta salumeria ha utili per 10.000€ all’anno, e vi propongono di vendervela per 50.000€.

Il P/E di questa salumeria sarà quindi: 50.000 / 10.000 = 5

Assumendo che gli utili della salumeria rimangano costanti nel tempo, dopo 5 anni sarete rientrati nell’investimento (ed avrete una salumeria che potrete vendere).

A parità di tutte le altre condizioni, è meglio quindi comprare una azione o un fondo con un P/E basso.

Il rischio sta nel fatto che gli utili delle aziende non sono costanti, ed a volte azioni che hanno un P/E bassissimo è perché il futuro di quella azienda è (o appare) poco roseo.
Similarmente, quando si pensa che gli utili cresceranno molto, il P/E tende ad essere molto alto: a titolo di esempio Amazon (che cresce mostruosamente da più di un decennio), ha avuto nel 2015 un P/E superiore a 600.

P/B significa invece Price to Book Value, e risulta dal calcolo:

  • Prezzo attuale dell’Azione o Fondo / Valore di bilancio dell’azienda o dell’insieme delle aziende del fondo.

Questo indicatore serve per capire quanto state pagando rispetto ad un valore tangibile dell’azienda.

Immaginate di voler comprare una azienda immobiliare.
Questa azienda ha a bilancio 2 appartamenti, dal valore complessivo (a bilancio) di 700.000€, e niente altro.

Se vi proponessero di vendervela a 1.000.000€ il P/B sarebbe:

  • P/B = 1.000.000 / 700.000 = 1,43

Come il P/E, a parità di tutte le altre condizioni dovreste sperare di comprare azioni o fondi con un P/B basso. Immaginate per un secondo se vi proponessero di comprare l’azienda dell’esempio sopra per 600.000€.

Il P/B sarebbe 600.000 / 700.000 = 0,86

Potreste comprarla per 600.000€, vendere il giorno dopo gli appartamenti a 700.000€ e guadagnarci istantaneamente.

Il rischio qui sta nel fatto che non sempre i valori degli asset iscritti a bilancio è fedele al valore reale degli stessi.
Pensate ad esempio ad una immobiliare che aveva appartamenti in Florida a bilancio per $700.000, con una valutazione fatta appena prima il crack del 2008/2009.
Oppure pensate alle banche italiane che hanno a bilancio crediti per milioni di euro, quando in realtà molti di quei crediti non verranno mai recuperati.

Sia il P/E che il P/B quindi sono degli indicatori che hanno si un loro uso, ma che devono essere solo due dei tanti elementi utilizzati nella valutazione del prezzo di un fondo o azione.

Valutare le proprie scelte di investimento unicamente sulla base di questi due fattori sarebbe come decidere di acquistare una macchina guardando solo il dato relativo alla velocità massima: una cosa fighissima stronzata.

 

Spero con questo post di avervi dato qualche piccolo elemento in più per capire ed avvicinarvi agli investimenti con meno timore reverenziale.

Se apprezzate questo blog potete lasciare un like sulla pagina facebook, scrivermi ad incassaforte chiocciola gmail punto com o commentare qui sotto.

 

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12 thoughts on “#25 – un dizionario Finanziese-Italiano

  1. Ciao, complimenti per il blog ma ti butto giù 2 note veloci:

    1) l’esempio dei TDS germanici a rendimenti negativi è sbagliato o comunque fuorviante, il decenale tedesco (bund) ha rendimento positivo anche se solo dello 0,30% e non mi risulta sia mai passato in negativo. Quelli negativi sono quelli con scadenze inferiori.
    Anche la magnitudo “presto 1.000 mi ridà 900” è esagerata, anche investendo in TDS tedeschi con scadenza 1 anno per tutti i 10 anni si perderebbe solo il 6/7% con i rendimenti attuali.

    2) i fondi ad accumulazione sono fiscalmente più efficienti di quelli a distribuzione per un residente fiscale italiano, non ci sono molti dubbi.
    Il motivo è che ogni volta che l’investitore incassa il dividendo è obbligato a pagare le tasse (non si possono neppure compensare con le minus) quindi anche se li reinvestisse subito sarebbe sempre in difetto rispetto ad un fondo ad accumulazione che è lordista e non paga una cippa lippa.
    Da notare che la aliquota fiscale sui dividendi è al 26% in Italia, uguale a quella sulle plusvalenze, l’unica differenza è che uno le plusvalenze le ha solo quando vende (se in guadagno ovviamente) mentre i dividendi te li tassano appena li incassi.
    Se uno proprio vuole i dividendi, perché vuole avere una specie di “stipendio” periodico non deve fare altro che vendere quote del fondo per l’importo voluto, in questo caso può pure compensare le minus (in realtà con gli ETF è un po’ più complicato…).
    Insomma nel caso pessimo le tasse si equivalgono, negli altri casi è più conveniente un fondo ad accumulazione.
    Penso che l’inefficienza fiscale superi come costo i costi di gestione da te citati, almeno per i fondi High Dividend.

    Nel caso di singoli titoli azionari esteri per l’investitore italiano è un disastro, prima te li tassa il paese dove l’azienda ha la sede fiscale, poi quello che rimane te lo ritassa lo stato italiano. (15% in USA +26% in Italia ad esempio) In teoria ci sono trattati e procedure burocratiche per avere un parziale rimborso ma sono costose e per un privato non ne vale la pena.
    Ah, ovviamente prima di pagare un dividendo la compagnia deve pagare le tasse sugli utili nel paese dove risiede fiscalmente. Penso che per una compagnia come Wall Mart se ne vada in tasse più del 50% dell’utile redistribuito tramite dividendo.

    Volevo scrivere 2 righe è uscito un papiro, scusa.

    Liked by 1 person

    1. Eccellente commento grazie infinite.
      Io sono rientrato in Italia da un anno ed ho vissuto i precedenti 13 (la mia intera vita lavorativa) all’estero, per cui sono molto ignorante.
      Aggiusterò il mio post secondo le tue note. Se vuoi che citi altro oltre il tuo nickname segnalamelo via mail perché mi sembra giusto si sappia di chi è il merito delle conversioni.
      Domanda: ma sei sicuro che i fondi ad accumulazione non percepiscano essi stessi dividendi tassati, rendendo di fatto la cosa uguale?
      Se così non fosse, riusciresti a segnalarmi ETF o fondi simili al VEUR ed al VFEM della Vanguard?
      Grazie

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      1. Ciao Andrea, temo che tu mi stia sopravvalutando, però, non ne so molto ma sono temi abbastanza dibattutti nei forum che seguo e per osmosi ne ho assimilato qualcosa.

        Comunque il discorso tassazione se si vuole entrare nel dettaglio è infinito, occorrerebbe leggersi i singoli prospetti informativi perché dipende da dove è emesso il fondo e dove hanno la sede fiscale gli asset su cui investe e forse da altri fattori.
        In questo thread si parla di 2 livelli di tassazione a monte, cioè prima della eventuale distribuzione all’investitore:
        http://www.finanzaonline.com/forum/etf-fondi-e-gestioni-e-investment-certificates/1748803-tassazione-etf-accumulo-vs-distribuzione.html

        Comunque si parla di % di tassazione che se presenti sono inferiori al 26% che pagherebbe l’investitore se ricevesse il dividendo, inoltre in caso di gestione attiva il gestore potrebbe fare pratiche di dividend washing per minimizzarle.
        In generale l’idea che siano fiscalmente più efficienti di quelli a distribuzione è condivisa da un po’ tutti quelli che leggo.

        Sui costi di gestione e la scelta dei fondi/ETF purtroppo mi becchi in fallo, non ho mai approfondito perché investo il mio patrimonio mobiliare in maniera totalmente diversa usando strumenti molto più rischiosi ma molto più semplici a livello fiscale.
        Ho da anni solo conti trading esteri in regime dichiarativo quindi devo farmi tutti i calcoli delle tasse a mano (un delirio, ti assicuro) per cui evito accuratamente tutti gli strumenti dalla fiscalità complessa, ETF non armonizzati prima di tutti.

        Non sapevo che i fondi/ETF ad accumulazione fossero più costosi a livello di TER di quelli a distribuzione, ho sempre ipotizzato avessero costi simili anche perché non capisco per quale motivo un gestore dovrebbe essere remunerato di più per una attività banale come il reinvestire i dividendi. Mi pare una bella fregatura!

        Mi spiace di non poterti aiutare, ancora auguri per il blog, non ci sono molti contenuti simili in italiano.
        E ce ne sarebbe tanto bisogno.

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      2. Ho fatto un nuovo post proprio ora con una comparativa.
        Magari dacci un occhio e dallo in pasto a gente che ne sa, così controllano che non abbia fatto errori.
        Grazie ancora per i commenti.

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    2. Ho fatto i conti riguardo Acc vs Distrib.
      Se non ho fatto errori (cosa possibile), supponendo un aumento del valore del mercato annuo del 2% e dividendi del 3% (mi sembra una buona stima per il lunghissimo periodo in europa), la differenza tra un fondo Accumulating con TER di 0,33% (il primo Blackrock iShares all Europe che ho trovato) e il Vanguard VEUR Distributing con ter dello 0,12% è minima, supponendo investimenti iniziali ed annui uguali, e dividendi reinvestiti (per il Distr).
      Il valore di realizzo secondo queste assumption è del 2,9% superiore per il fondo Accumulating in 40, solo l’1% superiore su 30 anni, favorevole al Distributing dello 0,1% e dello 0,4% rispettivamente su 20 e 10 anni.
      Mi sembrano cifre irrilevanti.
      Se mi contatti ti passo l’excel.

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  2. Salve,

    Io ho una domanda riguardante le tasse, in maniera circa generale. Mi interesserebbe iniziare ad investire ma mi sembra che il discorso tasse sia piuttosto complicato e vorrei capirci di più prima di iniziare.

    Per esempio comprando un EFT vanguard che è domiciliata in Irlanda, da quello che ho capito dovrei pagare 15% di tasse all’Irlanda + 26% in Italia, giusto? Per riavere un rimborso parziale bisogna fare richiesta, o sbaglio?

    Altra domanda, dato che vivo in Germania. Attualmente sono ancora residente in Italia, ma, siccome nel lungo periodo prevedo di rimanere in Germania e iscrivermi all’AIRE, vorrei investire in Germania. Non vorrei dover fare un triplo salto Irlanda -> Germania -> Italia e magari pagare 3 volte per dover fare 2 volte la procedura di rimborso.

    Per caso qualcuno di voi sa qualcosa di più specifico di come funziona in generale nei paesi europei?

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    1. Ciao
      Di solito sono domiciliati in Irlanda proprio per una questione di tasse.
      Se hai intenzione di iscriverti all’aire in Germania ti consiglio di investire dalla Germania, e di chiedere in banca riguardo la tassazione, perché potrebbe essere diversa.
      Un buon posto dove chiedere informazioni, se sei pratico con l’inglese, è il forum di Mr. Money Mustache che è molto frequentato.

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